Recensioni

 

 

 

dalla NAZIONE

Firenze, 7 marzo 2018

Domani, giovedì 8 marzo, verrà presentato alla Biblioteca delle Oblate, alle ore 18, il libro in ricordo di Ilaria Meucci. A due anni dalla scomparsa parenti, amici e pazienti dell’amata oncologa fiorentina si sono riuniti e hanno pensato e dato vita al libro «SIETE CONTENTI? Il libro di Ilaria».

Una raccolta di testimonianze, di esperienze vissute con la dottoressa Meucci che le rende omaggio proprio nel giorno della Festa della donna. I proventi del libro saranno devoluti all’associazione File e ai bambini assistiti dalle Suore Immacolatine di Porto Alegre, in Brasile. La dottoressa «amica dei malati», come la chiamavano per il suo amore verso le persone che curava, aiutava gli altri anche fuori dal lavoro.

 


Recensione Anna Crisci – ANNA’S BIG WORLD

“Vico. Quando torno ti porto un fiore” di Nicoletta Manetti

2017

Nascoste tra le pubblicazioni della piccola editoria capita, se si guarda con attenzione, di trovare delle perle ed è proprio il caso del libro di cui vi parlo oggi.  Una storia famigliare, la nostra storia, che dal 1841 si snoda dalla provincia toscana, a Nizza, Parigi, Londra, per poi tornare giù a Venezia e Firenze. Un periodo storico importante e travagliato. Le due guerre, il fascismo, la fame, la liberazione, il boom fino ad arrivare ai giorni nostri. La forza e l’orgoglio, l’ostinazione e i valori, ma soprattutto l’ostinazione di mantenere una promessa ed è quello che fa il protagonista della storia: Vico.

La penna di Nicoletta Manetti è elegante e raffinata, dolce e commovente, leggera ma profonda. Il passato è un tesoro da custodire con cura e l’autrice ne ha fatto dono al lettore, aprendo il suo scrigno dei ricordi e regalando un viaggio in un’epoca segnata da avvenimenti indelebili.

Un libro per tutti. Per chi ama la storia, le tradizioni e i racconti di tempi che non ci sono più, sperando che possa entrare nelle scuole perché i ragazzi facciano tesoro di ciò che è stato. Ho chiuso il libro con la commozione negli occhi, lo farete anche voi.

 


Recensione di Carlotta Alaura
“Vico. Quando torni ti porto un fiore” di Nicoletta Manetti
2015

Leggere un libro scritto da una persona che conosci è una grande emozione ma un’esperienza di lettura diversa dalle altre, perché pensi quasi più a chi lo ha scritto che a quello che stai leggendo. Per me, per lo meno sino a ora, era sempre stato così. Questa volta invece è stato diverso. Ho dimenticato subito Nicoletta, il suo viso, il suo sorriso e ho ascoltato la storia. Perché la Manetti (sì, a questo punto devo chiamarla così, come si fa con gli autori veri) nel raccontare la storia di suo nonno Vico, affresca un’epoca come se in mano avesse un pennello e dà voce a un’intera generazione. Dalle sue pagine affiorano, insieme alle parole, odori, rumori di mestieri che non esistono più, sapori perduti ed è come se questi tasselli ti risalissero dal fondo dell’anima e fossero tuoi, come se li avesse messi lì per riportare alla luce la tua storia, per mettere a nudo le tue radici e non le sue. Ecco, io lo sapevo che la Nico poteva raccontare delle storie. Non sapevo ancora però che avrebbe potuto raccontare anche la mia, quella di tutti noi. Non sapevo che avrebbe potuto regalarmi una voce. E da quando lo so, quando penso a questa sua voce universale, mi viene da dire la Manetti.

 


Recensioni di Alberta Bigagli
Leggo “La vita intuita” di Erica Gardenti

Un libro è un personaggio e una scoperta e da subito è scoperta amica o sconcertante. Qui all’inizio una bambina guarda verso l’alto e ride e mi dà occasione di ripensarmi. Le pagine poi sono un continuo stimolo e anche dopo una storia di scrittrice ritrovo tratti di base della mia infanzia.
Mi metto dunque in corteo con chi parla.
Donne che mi son figlie e anche nipoti ma che mi accettano nel loro gruppo. Qualcuna riconosco che mi fu vicina. Tutti gli spazi e i gesti son possibili se una donna vi entra li vive e li esprime. Lo ebbi casualmente il libro dell’intuizione e l’ho lasciato fermo e buono ad aspettarmi. Ora è un incontro davvero importante mi fa sentire per assurdo cercata e chiamata.
E penso “voglio che Erica lo sappia”.

 


Recensione di Ilaria D’Adamio
Premio Letterario Mara Cassigoli: Mente, cuore e anima dei ragazzi
2014

Firenze – Si terrà sabato 3 maggio 2014 alle ore 16 presso la Biblioteca delle Oblate, la proclamazione dei vincitori del Premio Letterario Nazionale Mara Cassigoli.
Saranno presenti Dacia Maraini, madrina dell’evento accanto al giudice di gara, lo scrittore teatrale Marco Vichi. L’attrice Chiara Riondino darà vita ad un reading teatrale, interpretando i testi vincitori.
La SoleOmbra Edizioni, a nome della sua fondatrice Erica Gardenti, organizzatrice del premio, giunto alla sua IV edizione, è lieta di presentare la giornata conclusiva della sfida letteraria, dedicata a Mara Cassigoli.
Chi è stata Mara Cassigoli? Una donna comune, una donna coraggiosa.
Questo il profilo che coglie al meglio il carattere di un’insegnante di scienze che, a cavallo delle due guerre, ha saputo trasformare la disperazione di quegli anni in luminosa speranza.
Con tenacia ed inesauribile forza di volontà, una “piccola donna” è riuscita ad infondere coraggio ai sogni dei suoi allievi.
Incursione nell’immaginifico che riassume in sé una prerogativa salvifica rispetto ad una realtà privativa, sottolineata dal tema del concorso che quest’anno gioca intorno “Ai confini della realtà“.
I suoi alunni, quei ragazzi che ha considerato sempre tutti uguali, indipendentemente dall’estrazione sociale.
Ognuno con il proprio potenziale espressivo, spessore che emerge dall’unione di mente, cuore e anima.
Questo, l’importante insegnamento che Mara Cassigoli, la professoressa sulla bici Bianchi, ha diffuso lungo la penisola, durante i frequenti spostamenti effettuati con la famiglia.
A questa “piccola grande donna” il Premio organizzato da SoleOmbra vuole rendere omaggio, sottolineandone il valore nell’insegnamento ed il grande esempio di umanità, motore propulsivo di un’energia rinnovatrice che pone le basi per il futuro.

 


Recensione di “Aspettando il caffè…”
Questa striscia di terra  di Maria Pagnini
2014

Articolo originale

 


Recensione della scrittrice Sandra Carresi
“Fuggirò con le scarpe e la sposa. Prima o poi” di Saimo Tedino
2013

Parte tutto dal nome, a mio avviso: Saimo. E sì, perché uno il nome se lo porta dietro fino alla morte e difficilmente lo cambia. Direi, un libro “bevuto” velocemente, quindi che non mi ha annoiata. Sicuramente scritto da una penna giovane e sicura, aggiungo, “moderna”, considerando il linguaggio e l’affetto a certe parole del comune parlare fra amici intorno a una birra e ad altro. Devi, carissimo, duellare con il verbo “volere” con quale, lo dici Tu, hai un rapporto di amore, ma seconde me, va bene così. Estremamente ironico su tutto: l’altezza, la vita, la famiglia, gli amori, la Vita stessa. Detto questo, non so se presto, fra dieci anni o quindici, prenderai il posto del non conosciuto – Gianvito Bonamassa – ma, intanto, giovane amico, probabilmente sei stato già in diverse case (nella veste di libro, non come umano che fa danni) e la cosa interessante è che, probabilmente sei piaciuto. Buona vita e buona luce. Tieni quelle scarpe a portata di mano…

 


Faraoni ultimo grande del ‘ 900 – 05 Febbraio 2011
LA REPUBBLICA di Mara Amorevoli
Enzo Faraoni, 90 anni, ultimo testimone della grande storia di Firenze. Di quella stagione in cui arte, letteratura e poesia si incontravano alle “Giubbe Rosse”: «Era lì che si vedevano Montale, Gadda, Landolfie Luzi, maestro severo ma cordiale.E anche Rosai e Annigoni. Sono cresciuto ascoltando le loro discussioni». «COME pittore ho avuto tanti maestri. Non solo Rosai, ma Pietro Parigi, Soffici e, senza conoscerlo, anche Viani. Se ne sono andati tutti, e quella tensione alta di ricerca di veritàè svanita, diventata altro, attenzione alla forma» racconta Faraoni, nato nel 1920 a Santo Stefano Magra, Istituto d’ arte a Porta Romana, una lunga stagione come pittore, incisore e insegnante, infaticabile fino a 6 anni fa quando ha lasciato lo studio in piazza Donatello. «Ora la mia ricerca è finita – prosegue – la mia ansia non ha più futuro. Ma oggi quanta confusione e leggerezza: un delirio che aspetta che arrivi il pensiero». Lucidoe presente, benché negli ultimi anni la vista lo abbia abbandonato, Faraoni si dice «contento e intimidito» per la mostra antologica che con 64 dipinti e 12 disegni da oggi lo celebra “come grande protagonista dell’ arte del ‘ 900” alla Galleria d’ arte moderna di Palazzo Pitti. Carico di memoria come Ireneo, personaggio di Borges, l’ artista racconta che «per lui dipingere è sempre stato aderire alla vita, alle passioni, ai sentimenti profondi, alle emozioni». Così le sue pennellate scomposte, lunghi graffi impastati di colore, non contrassegnano universali, ma «quel fiore, quel paesaggio, quella visione di fanciulla, quel pensiero incontrato dipingendo un oggetto». Sono emozioni vive gli elementi espressivi dei suoi dipinti, ricerca di quella «lunga tenuta del sentimento che incontrava nei grandi maestri» spiega Mirella Branca curatrice di Natura e Verità nella pittura di Enzo Faraoni che riunisce paesaggi, nature morte, ritratti e autoritratti (da oggi al 30 aprile: 8.15-18.50, chiuso lunedì, 12 euro compresa visita alla Palatina). «La realtàè scavo, inquietudine e coerenza. Non si lavora con la volontà, mi sono lasciato andare alla mia natura, fedele a me stesso nel bene e nel male. Si deve lasciarsi vivere quello che siamo e dallo spessore del lavoro scopri chi sei. Sono stato un pittore con poca vocazionee poche regole. Mi hanno sempre torturato con la fedeltà, ma sono anche un salterello, ci sono tante varianti interiori nei miei dipinti» spiega, parlando dei suoi autoritratti, accomunati a Lucien Freud dalla soprintendente Cristina Acidini «dal disincanto per l’ apparenza senile del corpo». «Nel periodo in cui ho vissuto, l’ autoritratto per noi artisti è stato un mezzo di identificazione interiore. A Firenze lo sguardo era rivolto lontano e abbiamo molto sofferto di mancanza di riconoscimento» ricorda l’ artista. A cui tuttavia non sono mancati premi, partecipazioni alla Biennale di Venezia già dal ‘ 47, il “Fiorino” vinto nel ‘ 61 e fortuna critica con scritti di Betocchi, Bilenchi, Testori, Baldacci, Parronchi, Luzi, Trombadori. Un lungo elenco di amici sodali «ormai perduti».

 


da ERBA D’ARNO dell’autunno 2010 n.122

Antonia Guarnieri

LA PACE DELLA SERA, biografia di un pittore Enzo Faraoni di Maria Pagnini (SoleOmbra, 2010)

Una parte rilevante di questo libro-intervista è dedicata ai fatti di Carmignano dell’11 giugno 1944, all’azione di sabotaggio al polverificio Nobel cui partecipò il giovane Enzo Faraoni.

Quando un uomo, rischiando la vita, ha agito con rigore e determinazione, seguendo un principio morale e di responsabilità politica del quale non si può dubitare, vede poi la sua azione, che fu terribile per il costo di vite umane dei compagni, ma non per danni a persone e cose del luogo, duramente criticata dall’ambiente che lo circonda, che lo isola e lo ignora, non può che chiudersi nel silenzio e continuare a rielaborare da solo, e per tutta la vita, il proprio dolore ma anche il proprio disinganno. Ma cercar di capire le ragioni degli altri senza parlare con loro, senza cercare prove, documenti, testimonianze, non è né facile né produttivo. E cosi Faraoni, per tutta la vita, si è lacerato in un ricordo inutile e doloroso. Finché Maria Pagnini, abbarbicata com’è, e compenetrata nel suo territorio, nella sua terra di Toscana, e desiderosa solo di scoprire tutti i misteri e di lasciarne testimonianza alle giovani generazioni, non lo ha cercato e manifestato il suo desiderio di indagare su quel passato, su quel silenzio, su quel dolore. E dimostrandosi subito informata di quanto lui, in rare e piuttosto recenti occasioni,aveva già affidato ad altri che lo avevano cercato e interrogato sui fatti avvenuti l’11 giugno 1944, ha ripreso il discorso, fornendogli nuove prove, nuovi documenti, nuove testimonianze sull’ambiente e sulle reazioni che in esso c’erano state in merito al sabotaggio del polverificio Nobel di Carmignano, lui si è dimostrato non solo disposto all’ascolto, ma interessato alla ricostruzione dei fatti. E così Maria è riuscita a fare emergere in lui quale passato e a farselo raccontare.
L’operazione maieutica alla maniera di Socrate è perfettamente riuscita, e la testimonianza di Faraoni, riportata nel libro di Maria Pagnini, non è solo lucida e chiara, ma commoventemente vera nel lessico, nella grammatica e nella sintassi, tutte originali e di significato pregnante.

 


Recensione della Dott.ssa Alberta Bigagli

“Al terzo canto della civetta”  di Lucia Butini                SoleOmbra edizioni 2010

La ricchezza del racconto mi ha travolto, a fatica ho trovato il distacco per commentare. E chissà se sono riuscita chiara. Se no, sarà una prova della mia partecipazione.
È prosa e racconto da leggere, ma leggere per vedere, udire, odorare. È un libro-vita. Di sicuro Lucia ha passato i suoi anni, meno dei miei ma non pochi, a maturare questa apertura, questo gesto di lavoro che è anche consegna di sé e dono. Senza proporselo, assente qui la retorica, narrando ci fa scoprire come si è formata in lei la scrittrice, finora comunque rimasta nascosta, nella convivenza al suo interno di sensibilità, attenzione e riserbo. Ha chiuso dentro tanti e costosi tesori, non soffocati, che alla fine si è rivelata a se stessa e a noi portatrice di pagine veramente singolari e illuminanti.
Lei dà indicazioni chiare e coraggiose in una sorta di autoanalisi e aiuta il lettore a capire. Non seduce ma si confessa, non gioca a fare il letterato ma usa la scrittura come atto creativo e di presenza. Io ci sento fra l’altro un invito all’amicizia, un bisogno, una richiesta di ascolto.
Ne nasce come lei dice, un gioco fondamentale, il cercare di convivere con le figure del passato, quindi anche con quelle del presente.
Conosco bene Lucia e so o credo di sapere che un certo suo ritegno nell’atteggiamento è dovuto al timore che non si realizzi il sogno della comunicazione totale. Si consegna ora a noi così come fa anche per chiederci di non essere più di tanto convenzionali o falsi.
Entriamo ora brevemente nel nel libro. Tutto è accaduto veramente, ma i personaggi hanno una doppia funzione: testimoniare la verità concreta e impersonare, diciamo, certe emanazioni del mito, della sfera mitica. Vedi la domestica Erissena, figura sacra, abbandonata e umile del villaggio. Vedi l’editore Nonno, che nel villaggio è il dolce vecchio rinunciatario che sorride a chi lo irride. Vedi il Gattone rosso che azzuffa chi arriva alla sua permanente sede, la cima dell’armadio, forse un drago intoccabile. Vedi la zia Lilly che il gattone lo vuole servito acqua nel cristallo, essendo forse sacerdotessa di qualche oscura divinità. Insomma leggendo si viene indotti quasi a proseguire con il nostro pensiero e perfino la nostra scrittura. A me è successo.
E gli inserti, i brani in corsivo, una malizia da scrittore consumato! Un intercalare di poesia che puntualizza, stacca, esalta, gli elementi della narrazione. Il parco e lei stessa, il padre solitario e dolce, che può la notte apparire figura minacciosa in quanto inconoscibile. Il padre che taglia molto le unghie alla bambina per ridurne forse la felinità. Dalla irriducibile madre ereditata? Sono, questi inserti, come la luce di un faro che passa sul tracciato della narrazione e ne apre, ne svela i segreti. Abbiamo gustose scene di vita dove appaiono familiari o vicini, dove appare la spietata severità della madre, ma interviene sempre la nota riflessiva sulla fondamentale innocenza della madre stessa, degli altri personaggi e quindi di tutti noi.
Noi che emettiamo suoni e spostiamo la luce con voci e gesti. Che, adulti, circondiamo e riempiamo di forti impressioni la bambina che Lucia fu, come tutti i bambini. Tutto qui coinvolge per una inconsueta vivezza. Oh il parco! dove la bambina si abbandona e cerca e scopre.
Tutti gli animaletti e tutti i fiori e tutte le pietre e le acque e i tronchi e i rami. È uno di quei libri questo che andrebbe letto al pubblico per intero a viva voce, lasciando libero ogni commento. Ora una citazione, una almeno: “Abituata alla solitudine facevo fatica a orientarmi nel mondo”.
Eccolo il perché della preziosità, eccola la formula. Racconto il fatto e poi guardo al fatto meditando. Lo rivivo.
La solitudine non è il nulla. È tutto ciò che sfugge al pratico e al consueto. Questa bambina è stata costretta a entrare presto in una dimensione importante e nascosta della vita. Per via della sensibilità corporea molto stimolata e per via del sentire e del riflettere, cioè l’anima, che emerge facilmente nell’assenza di distrazioni futili. Ha dunque conosciuto presto il lato più profondo della vita e quello del mondo esterno, che fascia e può stordire. Viene alla fine da pensare che nonostante una certa sofferenza (qual è il bambino che non soffre?) la situazione bizzarra del tempo della sua prima formazione sia stata per Lucia una fortuna. Si è trovata armata contro ogni tentazione di banalità.
Una verità diciamo naturale che ci viene con semplicità rivelata è a pagina 46. Si dice che d’inverno era un conforto uscire dalla grande casa fredda ed entrare in giardino. Dalle foglie uscivano nebbiolina tiepida e senso di calore. Prendiamo nota che tutta questa abilità è forse dovuta al fatto che l’autrice è figlia d’arte. Il Bisnonno livornese amante e curatore di libri, poesia e musica, non va trascurato. Isoliamo ora i mezzi letterari usati. Intanto il livello di scrittura, anche se sono rispettati l’episodica e la trama, raggiunge la Poesia. Infatti i suddetti corsivi armonizzano con tutto il resto. Poi l’avere così ben scolpito figure e paesaggi, ha prodotto senso di Teatralità. Sono pagine che sceneggiano la narrazione, e potrebbero con un minimo di adattamento riempire la scena. Aiuta in questo, altro elemento importante, l’uso della Fantasia, che da uno spazio già colorito produce dilatazioni infinite, tipo Alice nel paese delle meraviglie.
Poesia come propria condizione, Teatro come felicità di rappresentazione e Fantasia come promessa di continuazione e libertà. Tutta qui la sintesi? No. Tanta è la sofferenza, seppure mista a gioia, per la protagonista ma anche per gli altri, che ne emana un senso insieme spietato e conciliante. Una sorta di Pietas figlia del coraggio. Io descrivo seriamente e ironizzo quanto denudo e accarezzo chi mi ha amato sembra dirci Lucia. Già l’Ironia quinto elemento dopo la pietas da scrivere con la maiuscola! Come avrebbe fatto lei a comporre una tale opera senza il dono psicologico dell’ironia, senza la familiarità con l’ironia stessa che permette di portarla sulla pagina? senza il sale dell’ intelligenza, tale io considero l’ironia, non si cucinano piatti letterari così impegnativi.
E allora diciamo grazie a Lucia, tutti commossi forse e nel mio caso anche scossi, ma sorridenti e, perché no, divertiti.

 


Da LEGGERE DONNA del luglio-agosto 2008
di Adriana Lorenzi

“IL TRENO ARANCIONE” (Soleombra edizioni 2007) di Sandra Cammelli

Il Treno arancione è una raccolta di racconti che ci parlanodi Sandra e della sua scelta di seguire la strada della memoria, della testimonianza autobiografica a volte in prima persona, a volte in terza, addirittura in seconda persona per dire di se stessa, della sua pasione per la politica e per la pace contro ogni forma di guerra, degli anni soffocati nelle fila dei metalmeccanici, dei suoi amori e dei suoi affetti più cari. Raccontando, tesse i fili del passato, del presente perché il futuro si dispieghi diversamente per i figli e i figli dei figli. Sandra non perde la speranza che nasce dalla consapevolezza di spendere tanto di sé in ogni situazione professionale, relazionale, politica e artistica e costringe anche noi lettori a non perderla.
Se per Sandra la scrittura è da sempre occasione per trasformare il dolore-ostacolo in dolore-crescita, da dolore senza senso a dolore con un significato come ci insegna Christiana de Caldas Brito e le parole si trasformano nei sassolini dell’Hansel della fiaba per ritrovare la strada di casa, per noi la lettura delle sue pagine si fa occasione di rispecchiamento, di identificazione e scoperta di nome per le rabbie, gli scoramenti, i desideri, i dubbi, le gioie e le soddisfazioni che provocano in quanto donne, lettrici, scrittrici, critiche e cittadinedi questo Paese. La sua piccola raccolta si fa grande serbatoio di energie per far fronte alla fatica della quotidianità sempre più disarmante, arida e vuota alla quale, però, l’autrice non si arrende e neppure noi.
Sandra ci prende per mano e ci presenta tante figure cruciali nel suo viaggio esistenziale, come quella del padre ricordato nella visita al cimitero compiuta per togliere i fiori secchi dal marmo bianco della sua tomba, oppure la madre che, prima di uscire, si sistemava il cappello in teta e la veletta nera sul naso… sono pagine che disvelano gesti perduti capaci di radiografare presenze importanti assenze profonde come quella materna. Solo alla fine il lavoro di cucito dlela madre e di scrittura della figlia si fanno punto d’incontro : “Più tardi quando la vita si aggrappa alla vita e in prossimità della chiusura del cerchio, l’urlo rompe il silenzio ed entrambe piangendo pronuncianoi la parola amore”.
Le ammissioni possono essere a volte impietose, ma sono sempre rigeneranti.

 


da METROPOLI  del 1 febbraio 2008

ANTONINI, UN PROF INDIMENTICATO

di Cecilia Barbieri

La recentissima scomparsa a 88 anni del professor Francesco Antonini, pioniere della ricerca gerontologica e geriatrica in Italia e illustre cittadino di Bagno a Ripoli, ha colpito molto chi lo ha conosciuto.

“Per me è stato un piacevolissimo incontro quello col professore – ci racconta Maria Pagnini che insieme a Gabriella Nocentini lo hanno incontrato molte volte per la stesura del libro “Questa striscia di terra” SoleOmbra edizioni, che ha visto Antonini protagonista, attraverso la sua memoria, degli eventi durante l’ultima guerra della collina di Baroncelli, dove lui risiedeva – era un grande uomo e un grande affabulatore e durante i nostri numerosi incontri ci ha parlato di tutta la sua vita: del suo arrivo a pochi mesi nella villa di Via del Carota, della sua infanzia, insieme ai contadini, della sua scelta di diventare medico, della guerra, del campo di concentramento di villa La Selva che confinava proprio con i suoi campi. Poi ci ha raccontato dei tantissimi viaggi all’estero dovrà trarrà le idee per fondare una geriatria e una nuova concezione di fare riabilitazione, oltre alle tante conferenze tenute dappertutto. È stato un uomo molto legato al nostro territorio e alla sua storia e credo che noi dovremmo rendergli questo riconoscimento. Tornando a casa l’accoglievano sempre i suoi cani maremmani e saliva sul trattore per andare a ritrovare i suoi campi. Nacque una vera amicizia e per i miei cinquant’anni fece un regalo molto particolare a me e a tutto il paese: aprì il cancello della sua villa e attraverso la voce dell’attrice Miriam Bardini, raccontò  tutta la sua vita in quel luogo. Ultimamente si era isolato in casa e purtroppo nessuno lo cercava più”.

 


da IL CORRIERE DI FIRENZE  del 7 gennaio 2008

di Vincenza Fanizza

“…Ero ormai adulto e avevo sperimentato diversi lavori quando andai a vedere un film molto particolare, Otto e mezzo di Federico Fellini. Rimasi folgorato, improvvisamente capii e mi dissi che volevo provare, dovevo rendermi conto se la macchina da presa mi avrebbe risposto in modo diverso, totalizzante, esclusivo”.

Pupi Avati, il regista di tanti film di successo, si racconta nel libro Le ragioni del talento a cura di Erica Gardenti (SoleOmbra edizioni).

Una deliziosa e sincera intervista/confessione in cui il grande regista racconta a Erica Gardenti le opinioni, le passioni, le scelte che lo hanno portato a scegliere la regia.

La vita di Pupi Avati scorre davanti ai nostri occhi proprio come un film attraverso felici inquadrature di ambienti e riusciti ritratti di familiari al regista particolarmente cari come ad esempio quello della madre: “E’ la donna che ho amato di più, lei mi ha portato per mano per sessant’anni insegnandomi che non c’era da disperarsi, che prima o poi si imbocca la strada giusta, basta crederci e volerlo…”.

Molto efficaci poi alcuni flash sulla sua infanzia.

Una lettura piacevole, interessante che coinvolge e fa riflettere.

Il ritratto di Pupi Avati, come artista, è completato poi dalla postfazione dai toni poetici del critico letterario Plinio Perilli e da tre spiritosi disegni, ispirati ad altrettanti episodi della vita del regista, dell’artista Salvatore Pezone.

Le ragioni del talento, a cura di Erica Gardenti, SoleOmbra edizioni, pagg. 50, euro 9.

 


da IL CORRIERE DI FIRENZE  del 14 dicembre 2007

“I SAVOIARDI” DI CHIARA RIONDINO”

Firenze

La SoleOmbra edizioni alla luce delle “pretese” economiche avanzate da Vittorio Emanuele III e Filiberto di Savoia allo Stato Italiano ha pensato di riproporre la lettura teatrale di Chiara Riondino del libro di Maria Pagnini I Savoiardi per essere sicura che la memoria storica collettiva sia sempre tenuta viva.

Lo spettacolo si terrà al Giardino dei ciliegi, Via dell’Agnolo 5 questa sera alle 21,30.

 


da L’ANTI bagno   Rivista per investire in intelligenza      anno IX   n.16   primavera-estate 2007

recensione di

“Questa striscia di terra”  di Maria Pagnini e Gabriella Nocentini     SoleOmbra edizioni 2006

Questo libro è diviso in due parti. Nella prima si racconta cosa è successo a Baroncelli (che si trova fra Bagno a Ripoli e Antella, Firenze, Italia) durante il passaggio dell’ultima guerra e il filo conduttore è tenuto da Francesco Antonini, il geriatra. In questa parte, scritta in modo lieve da Maria Pagnini, ci sono 26 foto mai viste.

La seconda parte è il risultato di una ricerca di documenti e di testimonianze che confermano quanto si è raccontato nella prima. È il lavoro certosino che fa lo storico che ripercorre le strade (e le viottole e i campi) per dimostrare che non si è inventato nulla. Questa parte ri-scritta in modo preciso da Gabriella Nocentini (e utilissima per chi fa scuola), ha 24 documenti mai letti.

 


da LA NAZIONE del 7 giugno 2007

Sandro Bennucci

Firenze

Sarà dedicata alle piccole case editrici della Toscana, l’edizione 2007 di Palazzo Aperto,ossia domenica 10 giugno, quando il Consiglio Regionale, aprirà la sua sede, Palazzo Panciatichi. Il tema, semplice e suggestivo: “Toscana in titoli”. Come ha spiegato Riccardo Nencini, presidente dell’Assemblea, durante la conferenza stampa con la quale ha presentato l’iniziativa, le piccole case editrici sono un grande patrimonio della Toscana. Che un tempo era sede di grande editoria e per questo annoverata fra le capitali d’Italia. Oggi la situazione è cambiata ma il patrimonio d’un tempo è stato in parte conservato. Infatti si scopre che le case editrici, per quanto piccole, rappresentano il 6% delle imprese manifatturiere regionali. In Toscana tra il 1991 e il 2001 le imprese editoriali sono aumentate di un centinaio d’unità, da 271 a 371. Cifra che colloca la regione al quinto posto in campo nazionale.

 


da METROPOLI  del 02.03.2007

Enrico Zoi

Questa settimana “Sotto il campanile” c’è Monica Sarsini, scrittrice e artista, che si racconta ai lettori di Metropoli.

…………..

Giovedì 1 marzo alla libreria Meelbookstore, Ernestina Pellegrini e Renzo Gherardini hanno presentato il tuo Miransù, edito da SoleOmbra , ce ne parli?

“Un’emozione, Gherardini era il mio professore alle scuole medie. Un grande maestro, mi ha sempre sostenuta: spediva i miei temi hai concorsi! Miransù è una conversazione a due voci tra me e mia nonna. Lei parla della sua vita dall’infanzia alla vecchiaia, io sono la voce silenziosa e sommessa dell’anima dei luoghi. La storia si snoda tra Rignano sull’Arno, l’Incontro, Bagno a Ripoli, Badia a Ripoli. Miransù è sotto l’Incontro una meravigliosa chiesa romanica (San Lorenzo a Miransù). Il nome viene da un crocefisso che guarda verso l’alto”.

 


da L’UNITA’   di martedì 6 febbraio 2007

PAROLE & MUSICA

L’anarchica Chiara Riondino alla Mellbookstore di Firenze

di j.cos.

Chitarra e poesie. Chiara Riondino presenta giovedì il suo libro più cd: “Anarchica-mente io”, edito da SoleOmbra (ore 21,30 Melbookstore, Via de’ Cerretani, 16r). Libro e disco nel segno cantatoriale e classico di un De André o di un Bob Dyland, Chiara Riondono dà corpo alle sue liriche con voce profonda, chitarra dolcemente arpeggiata e parole che si rifanno a una sfera intimista: ballate su San Benedetto Val di Sambro, sulle tracce di una donna (Tina), sul padre Luigi (mi manca tanto/persino quel rancore…). Libera e dalla mente anarchica, si è sempre tenuta lontana dai riflettori ed è cresciuta insieme al folto gruppo della sua generazione alla scuola della canzone popolare e di impegno civile, fin dai tempi del collettivo Victor Jara, che mise su insieme al fratello David nella Firenze degli anni ’70.

La sua storia ha fatto tappa fra le case del popolo, i teatri e le feste dell’Unità.

 


da IL CORRIERE DI FIRENZE  di mercoledì 27 dicembre 2006

e

da EDISON  SQUARE Librerie Giubbe Rosse Magazine – Il mensile

di Vincenza Fanizza

LA NOVITA’

Esce “Anarchica-mente io”

L’artista da giovane: il libro dei ricordi di Chiara Riondino

Con sette canzoni inedite

“Porto dentro odori, sapori, chiaroscuri e colori, sensazioni tattili che richiamano e rinnovano la mia appartenenza a luoghi: il senso di fresco e la penombra della cucina di Lamole, il profumo di pane vino e zucchero delle mie merende. Porto dentro l’odore del mosto e l’aspro dell’olio novello di nonno Mario e vorrei che la mia voce potesse, anche per un solo momento, racchiudere in sé tutto questo e saperlo regalare a chi l’ascolta: mi piace pensare che qualche volta sia accaduto o possa accadere, vorrei che fosse scura come questa terra di Toscana, misteriosa come quelle notti a cercar lucciole, tenera come il ricordo di pane e burro inzuppato nel caffelatte”.

Un racconto pieno di poesia questo dell’artista fiorentina Chiara Riondino che nel libro, ancora fresco di stampa, “Anarchica-mente io” SoleOmbra edizioni, a ruota libera, senza paure e censure, si lascia andare al fascino della memoria e rivisita la propria vita con uno sguardo diverso con l’intenzione di ritrovarci i segni della propria “vocazione”.

“Alcune persone hanno più fascino di altre -spiega Erica Gardenti della casa editrice SoleOmbra- forse perché esprimono la loro vocazione nel modo più evidente e appaiono più motivate, meno distratte: è come se il motore universale che muove il destino di ognuno, in loro, fosse più potente. E Chiara mi sembra una di queste…”.

Il libro, oltre al raccono dell’infanzia e adolescenza della Riondino, presenta in un CD sette canzoni inedite e alcune poesie del padre Luigi Riondino.

Erica Gardenti, ideatrice e fondatrice della giovane casa editrice SoleOmbra, ancora una volta ci regala un delizioso libro che , con ironia e leggerezza, cerca di capire le ragioni che determinano lescelte di vita di ognuno di noi.

“Anarchica-mente io” sembra voler continuare il percorso già intrapreso dalla Gardenti con il libro “La vita intuita”, pubblicato nel 2005, sempre da SoleOmbra in cui dodici donne (Mariella Nava, Lella Costa, Mara Baronti, Piera Degli Esposti, solo per citarne alcune) raccontano quei segnali che la vita ha dato loro “affinché scoprissero la vocazione, quel qualcosa cioè che esiste -precisa la Gardenti- ancora prima della nascita, secondo la Teoria della Ghianda del filosofo e psicanalista americano J.Hillman”.

 


da IL CORRIERE DI FIRENZE   di domenica 17 dicembre 2006

LA POSTA DI UMBERTO CECCHI

Ha riscosso successo la recente rassegna al Giardino dei Ciliegi

PICCOLA EDITORIA, MA GRANDE CULTURA

Leggo del successo e dell’attenzione che ha destato la mostra-rassegna dei  piccoli editori in corso al Giardino dei Ciliegi, dove si sono dati appuntamento moltissimi editori di buona volontà che cercano di strappare la prerogativa editoriale ai grandi che non editano più, fanno solo affari, lasciando da parte tutta una serie di voci che potrebbero dire qualcosa e che invece sono condannate al silenzio. A queste voci offre spazio la piccola e la piccolissima editoria, che si trova sempre a dibattere con la distribuzione e ovviamente con le spese, possibile che in un centro culturale come dovrebbe essere Firenze, nessuno si accorga dello sforzo di questi piccoli?

Marco V.

La realtà è quella che lei ci descrive: un mondo di affaristi che legge e pubblica quei manoscritti che sono in “odore” di vendita. Magari pessimi da un punto di vista narrativo, lessicale e grammaticale, ma “saporiti” in quanto a tema trattato. Che può essere politico, sessuale, calcistico e via dicendo. Vendono di più le barzellette di Totti che non il Giovane Holden. E allora ben vengano le barzellette. Il fatto che così facendo la narrativa Italia gira sempre costantemente fra i soliti: alcuni ormai decotti, ma con contratti ferrei, altri che non hanno avuto il tempo di avvizzire ma neppure quello di scrivere un buon libro. Vero. Firenze fu la capitale dell’editoria. Tuttavia la prima metà del Novecento in narrativa e saggistica, fiorì fra le Giubbe Rosse e l’editore Vallecchi, poi lentamente ma non troppo tutte quante svanirono. L’ultima a essere assorbita dalla Mondadori è stata la prestigiosa “Le Monnier”, la casa editrice che pubblicava Spadolini. Per tornare alla Vallecchi dobbiamo a lei se il nostro paese ha conosciuto grossi scrittori del Novecento. La rassegna del Giardino dei Ciliegi è un passo importante per far sapere anche ai meno attenti che nella città operano editori di grande volontà, alcuni dei quali pubblicano diversi libri al mese, altri uno ogni tre, ma chi visiterà la mostra si aprirà uno scenario di grande interesse: titolo diversi che varrà la pena prendere in considerazione. Case editrici che meriterà ricordare non tanto e non solo al momento di pubblicare un libro, ma per cercare libri di grande interesse che i grandi snobbano, facendo un cattivo servizio alla nostra cultura.

 


da L’UNITA’    di sabato 16 dicembre 2006

L’ABITO NON FA IL LIBRO: AI CILIEGI PICCOLI EDITORI IN MOSTRA

Eppur… stampiamo, titolo polemico per la mostra mercato della microeditoria  che si terrà oggi e domani al Giardino dei ciliegi in Via dell’Agnolo, 5 a Firenze. Così SoleOmbra edizioni, Stranamore, Carlo Zella editore, Gazebo, Eks&tra hanno deciso di comunicare direttamente con i lettori per ribadire che l’autore è importante non per il nome che porta ma per il contenuto di ciò che scrive. La mostra-mercato vuole essere un momento anche di svago e prevede nelle due giornate momenti di gioco, aperitivi e musica. Il tutto condito con la lettura in sottofondo di brani doc scelti dai libri editi. Dopo l’inaugurazione alle ore 16 da parte di Mara Baronti, presidente del Giardino, seguiranno alle 18,30 la premiazione di un gioco culturale, aperitivo alle 19 e serata con la musica di Chiara Riondino. Si replica domani: la mostra aprirà i battenti alle 10 per avere il suo momento clou alle 17 con la premiazione di tre racconti che hanno preso parte al micro-concorso letterario che ha visto un successo inaspettato di partecipanti. E come premio ci saranno non soldi ma opere…di lettere.

 


da IL CORRIERE DI FIRENZE     di sabato 16 dicembre 2006

Al Giardino dei Ciliegi appuntamento con “Eppur… stampiamo”

MOSTRA MERCATO DEI PICCOLI EDITORI

Piccoli editori a convegno al Giardino dei Ciliegi. Con una buona dose di ottimismo e di sorridente buona volontà, la casa editrice SoleOmbra edizioni, fondata e diretta da Erica Gardenti, organizza Eppur …stampiamo, mostra-mercato della microeditoria, due giorni di incontri, concerti e giochi, con tanto di mercatino e concorso letterario. Si comincia oggi alle 16, con un intervento di Mara Baronti, presidente del Giardino dei Ciliegi. Alle 18,30 la premiazione del gioco culturale che si è svolto nelle ore precedenti, a cura della casa editrice, alle 19 aperitivo e alle 21 concerto con Chiara Riondino. La cantautrice si presenta anche come autrice di punta della SoleOmbra con il libro “Anarchica-mente io”.

Domani mattina alle 10 apertura della mostra-mercato. Alle 12 secondo aperitivo con il gioco culturale, alle 17 premiazione del concorso letterario indetto dalla SoleOmbra. Per tutto la durata del convegno un gruppo di attori leggerà brani tratti dai libri in esposizione.

 


da EDISON  SQUARE Librerie Giubbe Rosse Magazine   Marzo 2006

di Vincenza Fanizza

MIRANSU di Monica Sarsini

Due voci che si alternano, per raccontare un luogo della campagna toscana, nel Val d’Arno, e una storia vera che sa di favola. Miransù, di Monica Sarsini (SoleOmbra edizioni), l’ultima fatica letteraria della scrittrice e artista visiva fiorentina, è un romanzo insolito, originale in cui l’autrice e sua nonna Isabella ripercorrono i momenti significativi delle loro vite. Uno stile impastato di stati d’animo per descrivere atmosfere rarefatte, oniriche, paesaggi incantati, avvenimenti quotidiani ed eventi drammatici, tragici. Una microstoria calata nella grande Storia che ci riporta indietro negli anni. Ma anche uno spaccato realistico del nostro presente e un ritratto pieno di poesia della campagna toscana. Un legame forte che unisce nonna e nipote un luogo amato e una casa dove si nascondono i ricordi, descritti con una scrittura evocativa, in cui sono proprio i sentimenti a dare spessore e consistenza alla realtà. Il fascino del romanzo è proprio nel contrasto di quelle voci che raccontano: una realistica, quella della nonna, e l’altra piena di poesia, dell’autrice. Due voci che scoprono e illuminano due mondi che svelano incontri e persone care che hanno cambiato e segnato le loro esistenze, due voci per descrivere e accarezzare, con tenerezza, le linee ondulate di Miransù, che diventa, per le due protagoniste del romanzo, il luogo ideale, dove scegliere di vivere. Un romanzo moderno e antico, raccontato sottovoce, una storia commovente che ci cattura ed emoziona con la forza dei ricordi della nonna e con l’intensità delle emozioni dell’autrice.

 


da L’INFORMATORE COOP   di marzo 2006

di Silvia Gigli

Il libro di Monica Sarsini Miransù narra di un confronto serrato tra una nonna e una nipote, tra due storie di vita diverse e, soprattutto, tra due diversi linguaggi espressivi. Un libro pieno di emozioni del quale Julie Ann Anzillotti darà lettura scenica il 2 aprile al Teatro dell’Antella a Bagno a ripoli.

Dodici testimoni raccontano a Erica Gardenti le loro storie. Attrici come Lella Costa e Piera Degli Esposti, musiciste come Mariella Nava, scrittrici come Monica Sarsini e Paola Presciuttini regalano all’autrice frammenti della loro esistenza. Ne scaturisce  un  caleidoscopio di voci e linguaggi: è

La vita intuita (SoleOmbra edizioni).

Maria Pagnini affonda le penna nella storia d’Italia e nei suoi due libri, I Savoiardi e Marco Pilo (SoleOmbra edizioni), ci racconta tra il serio e il divertito le vicende del nostro paese attraverso i suoi quattro re e i loro baffi (da Vittorio Emanuele II ad Umberto II) e quelle del viaggio in Cina di Marco Polo, con la delicatezza di un fumetto surreale e suggestivo.

 


da il CORRIERE DI FIRENZE      del 26.01.2006

di Barbara Nencini

Antella UN SAPIENTE INTRECCIO FRA DOCUMENTARIO E CABARET DIRETTO DA MARCO MASSAI

TORNANO I SAVOIARDI, PARODIA DI UNA DINASTIA

Dopo il grande successo dell’anno scorso torna stasera alle 21 al Comunale dell’Antella “I Savoiardi”. Un sapiente intreccio fra documentario cabaret che, tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice fiorentina Maria Pagnini, e diretto dal regista Riccardo Massai, traccia, attraverso il semplice racconto dei fatti, il ritratto di una famiglia di deboli inetti, responsabili di tanti tragici destini: i quattro re d’Italia fra i quali spicca, per la lunghezza del regno, Vittorio Emanuele III, soprannominato Dondolo. Lo spettacolo, ironico e allo stesso tempo divertente grazie all’interpretazione dei tre attori che si alternano sulla scena, mette in evidenza il poco coraggio, le tante paure e lo scarso senso di responsabilità dei re italiani. Il tutto intrecciando il racconto con l’interventi mimici degli attori, guidati da una voce narrante fuori campo e con la proiezione di documenti e foto dell’epoca, frutto di una ricerca iconografica sul periodo.

 


CONSIGLIO REGIONALE DELLA TOSCANA

COMUNICATO STAMPA N.313 11/04/2005

Domani, martedì 12 aprile alle 16,30 a Palazzo Panciatichi, presentazione del libro:

“LA VITA INTUITA”  di Erica Gardenti

di b.b. 

E’ un libro che raccoglie spaccati di biografie di dodici donne che, con generosità e passione, hanno ripercorso la propria vita. “Conoscere- scrive l’autrice- gli aneddoti e i piccoli-grandi ricordi della vita di alcune donne, di età e culture diverse, famose e non, che stanno vivendo la propria vocazione in vari ambiti, forse può aiutare, se lo desideriamo, a riappropriarci della nostra”. La Gardenti ha scelto storie di donne perché in loro ha trovato la voglia di raccontarsi, di scoprirsi e di mettersi in gioco. “Ho cercato -scrive l’autrice- di rispettare le loro parole “parlate” senza farle diventare “scritte”, sicura che altrimenti, avrebbe perso la spontaneità che le contraddistingue, rendendo ogni storia unica e irripetibile”. All’iniziativa intervengono, oltre all’autrice, la presidente della commissione regionale Pari Opportunità, Mara Baronti, Paolo Becattini, Antonietta Puliga e alcune donne intervistate.

 


da Teatri on line  il portale italiano del teatro e degli spettacolo teatrali  16.02.2005

LA STORIA DEI RE D’ITALIA

di Luciana Tocci

Teatro esaurito all’Antella per la prima nazionale de “I Savoiardi”, spettacolo prodotto da Archetipo, dal testo dell’omonimo romanzo breve della scrittrice fiorentina Maria Pagnini, per la regia di Riccardo Massai. In scena gli espressivissimi Roberto Caccavo, Ilaria Danti e Riccardo Goretti, che con l’ausilio di qualche oggetto, sono riusciti a delineare in maniera divertente le personalità dei tre e mezzo re d’Italia, capitati sul trono non proprio per scelta volontaria ma per un destino obbligato. Così Vittorio Emanuele II sembra più interessato al suo sigaro imbevuto di cognac e alle sue donnine che al futuro del paese; come Umberto I alla sua Bolognina e Vittorio Emanuele III alla sua collezione di monete piuttosto che alle decisioni di un prestante Duce. Sapiente l’intreccio fra recitazione e proiezione di documenti, frutto di una ricerca iconografica sul periodo. La stessa indagine ha guidato la scelta delle musiche ed anche il gusto trasformista nel cambio dei costumi. Tutto lo spettacolo è accompagnato da una voce fuori campo che guida e commenta ciò che succede, questa da principio è quella di un bimbo poi di un adolescente, successivamente di un adulto e poi di un vecchio. Chiara la metafora della nascita, maturità e fine dei nostri re.

Complimenti a Archetipo per la scelta del soggetto in un periodo in cui va scemando la nostra memoria storica, è lodevole che una compagnia racconti, in maniera spassosa e divertente, la nostra storia recente.

 


da  LA REPUBBLICA    di venerdì 11 febbraio 2005

I SAVOIARDI

Al teatro Comunale dell’Antella da stasera (ore 21) a domenica prima nazionale de “I Savoiardi” di Maria Pagnini, regia di Riccardo Massai. Lo spettacolo racconta mescolando tragedia, ironia e grottesco, la storia dei re d’Italia: si ascolta tra l’altro la voce registrata del vecchio leone del Vernacolo fiorentino Giovanni Nannini. La piece diventa- come fosse una tavola del periodico satirico dell’epoca- uno sfottò sul Risorgimento.

 


COMUNE DI CALENZANO-TEATRO DELLE DONNE

Rassegna STREGHE E MADONNE    4/13 settembre  2003

STORIA DI UN POPOLO, ANZI DUE

Lettera aperta a un ragazzo saharawi.

di Maria Pagnini

Una donna del mondo occidentale scrive una lettera aperta a un ragazzo saharawi e in questa racconta che cos’era la cultura del deserto e cosa vuol dire vivere da trent’anni in un campo profughi a sud del territorio algerino.

Questa lettera aperta non è altro che un pretesto per raccontare a noi occidentali una storia forse rimasta per troppo tempo sconosciuta. Lo sguardo che l’attraversa è un invito a porsi continuamente dal punto di vista dell’altro, requisito indispensabile per raggiungere un accordo e quindi la Pace.

 


da il CORRIERE DI MAREMMA di  venerdì 7 febbraio 2003

Arcidosso Agli “Unanimi” in scena “L’allodola di pezza di Chéri”

LE  SCUOLE  VANNO  A  TEATRO

di Leo. Sav.

Nuovo appunto con il teatro per ragazzi all’Amiata. Questa mattina agli Unanimi di Arcidosso va in scena, curata da Nautai Teatro, la replica de “L’allodola di pezza di Chéri” di Maria Pagnini, spettacolo già accolto con favore dal baby-pubblico che ieri, per la prima assoluta dell’opera nella zona, ha gremito la sala polivalente di Cinigiano. La tecnica è quella del “teatro d’attore” con la proposizione di brani scelti, letti per l’occasione da Miriam Bardini, accompagnata dalla voce e dal violoncello di Michela Battini. Siamo ad Assisi intorno all’anno Mille e la storia è quella di un “bimbo magro magro, un monticino d’ossi” che passa tutto il suo tempo a guardare fuori dalla finestra le allodole che saltellano, oppure a cantare felice rimbalzando sulle balle di stoffa del padre commerciante. Sua madre, francese, lo chiama Chéri e gli dedica tutto il suo tempo. Il padre italiano, invece, lo chiama “Francesco di Pietro di Bernardone d’Assisi” e lo sgrida spesso perché canta troppo. Francesco cresce e piano piano rinuncia  a tutto ciò che non gli arriva dall’elemosina: prega e canta, restaura chiese e canta, crea l’ordine e canta. E canterà fino alla fine della sua vita; una vita contrassegnata dalla fede in Dio e per tutto ciò che egli ha creato. In particolare per gli indifesi e gli animali che sembrano capirlo più degli esseri umani, e ai quali si rivolge di frequente, come all’asino cui porgerà le sue scuse prima di salirgli in groppa.

 


da IL GAZZETTINO  di Venezia      mercoledì 2 ottobre 2002

Anche quest’anno la parrocchia e la comunità dei frati minori di San Francesco della Vigna invitano la città alle solenni celebrazioni in onore del poverello di Assisi, patrono d’Italia. Il programma ha inizio oggi, mercoledì 2 0ttobre, alle 18,30…………

Infine domenica 6 Ottobre alle 19 l’associazione culturale “Le arti” organizza lo spettacolo “Omaggio a Francesco”, dal racconto di Maria Pagnini “Lallodola di pezza di Chéri” (SoleOmbra edizioni). Voce recitante Miriam Bardini, canto e violoncello Michela Battini.

 


da LEGGERE DONNA  del maggio-giugno 2002

Clotilde Barbarulli

“MARCO PILO” (SoleOmbra edizioni, 2001) di Maria Pagnini

Erica Gardenti, amica e collaboratrice del Giardino dei Ciliegi di Firenze, ha iniziato con il 2001 un discorso editoriale, proponendosi – in quanto appassionata lettrice che vuol favorire chi desidera scrivere – di pubblicare curiosità, piccole storie, come quella che ha inaugurato le edizioni di SoleOmbra, Marco Pilo di Maria Pagnini, un piccolo libro illustrato dalla veste semplice ma elegante. Questa favola, per grandi e piccoli, è basata su un intreccio fra finzione e realtà, gestita con una garbata ironia che produce un linguaggio scorrevole e favorisce l’immaginario di chi legge. È una rivisitazione della storia di Marco Polo che, in questa globalizzazione soffocante, può far riflettere i soggetti sempre più economici e sempre meno soggetti desideranti: Marco Pilo – seguendo anche la vita del padre errabondo – ha capito la differenza fra “parlare” e “pensare”, fra le relazioni e gli affetti e la solitudine, fra i viaggi e ricerca di radici. L’autrice, che si è occupata di pittura, di ricerca storica e agricoltura biologica, ricalca in questa favola forme del linguaggio a fumetti, riuscendo a restituirci il tempo del racconto orale, nel farci “vedere” il piccolo Marco che sa conservare nel cuore “il nocciolo caldo” della madre scomparsa: in carcere diventa “un vero viaggiatore. Viaggiare infatti è facile, come ha fatto anche lui, ma difficile è effettuare il viaggio interiore dell’immaginazione”.